Genova negli anni Trenta
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O fascismo o l’à proibio o zeneise?

Il fascismo vietò il genovese?

La storia è più ambigua della vulgata: miti arruolati, Govi in tournée, e un declino che viene da altrove.

La vulgata è nota: il regime contro i dialetti, cacciati da scuole e giornali. La campagna nazionale ci fu, ma in Liguria – osserva il prof. Fiorenzo Toso – il quadro è più ambiguo. Recuperando in chiave nazionalista le glorie mediterranee della Repubblica e i miti di Colombo e di Balilla, il fascismo trovò in una letteratura dialettale «allineata» un supporto propagandistico, e usò le comunità di lingua ligure in Corsica e nel Nizzardo per legittimare l’irredentismo; Gilberto Govi portò in tournée in Sudamerica un’«italianità» gradita al regime.

Quanto al declino del genovese, più che i divieti poterono la modernizzazione e un’idea nuova e discriminatoria: il genovese come segno di marginalità.

Bibliografia

  1. Fiorenzo Toso, «Il genovese: un profilo storico», in Fiorenzo Toso e Giustina Olgiati (a cura di), Il genovese. Storia di una lingua, Sagep, Genova 2017, p. 28.
  2. Fiorenzo Toso, La letteratura ligure in genovese e nei dialetti locali. Profilo storico e antologia, vol. VII, Il Novecento, Le Mani, Recco 2009, pp. 5–8, 43–46.
  3. Fiorenzo Toso, «Il genovese. Cenni di storia linguistica», versione 2, in Roland Bauer e Thomas Krefeld (a cura di), Lo spazio comunicativo dell’Italia e delle varietà italiane, Korpus im Text 7, 2019.

Immagine: Anonymous, Wikimedia Commons · Public domain